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Categoria: Made in Italy

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A partire dalla metà degli anni ’90, con la crescita delle economie del c.d. far east, e con l’inarrestabile espansione della globalizzazione dei mercati, è stato avvertito il pericolo per l’industria manifatturiera nazionale, derivante da una pluralità di pratiche connesse all’uso di marchi nazionali registrati o della stampigliatura «made in Italy», consistente nel:

1) l’apposizione di tali segni distintivi su prodotti realizzati interamente all’estero da imprese totalmente estere;

2) l’apposizione di tali segni distintivi su prodotti realizzati interamente all’estero da filiali di imprese italiane ovvero terziste di imprese italiane (c.d. delocalizzazione o outsourcing);

3) l’apposizione di tali segni distintivi su prodotti realizzati parzialmente all’estero e parzialmente in Italia.

In questo contesto si aprì un lungo dibattito dottrinale e giurisprudenziale in ordine alla possibilità di sanzionare le suddette condotte tramite l’art. 517 c.p.[1] in materia di Vendita di prodotti con segni industriali mendaci.

In un primo momento la soluzione a cui pervennero dottrina e giurisprudenza fu quella di ritenere che l’art. 517 c.p., tutelasse solo la provenienza/origine del prodotto, intesa come la sua riconducibilità ad una determinata impresa produttrice e quindi ad una identità industriale definita, restando irrilevante l’aspetto concernente la sua provenienza geografica.

Tale soluzione lasciava un vuoto di tutela penalizzando fortemente quei produttori che avevano effettuato la coraggiosa scelta di non delocalizzare la propria produzione[2].

La necessità di colmare tale vuoto normativo e, allo stesso tempo, l’esigenza di dare concreta attuazione agli impegni internazionali presi con l’Accordo internazionale di Madrid[3] sulla repressione delle false o ingannevoli indicazioni di provenienza, portò a vari interventi da parte del legislatore[4] volti:

  1. Da un lato a tutelare la buona fede del consumatore ad acquistare un prodotto materialmente lavorato in Italia;
  2. Dall’altro lato a tutelare la capacità concorrenziale delle imprese nazionali che non ricorrono alla delocalizzazione dei processi produttivi.

Il quadro sanzionatorio che è emerso, anche a seguito di questi interventi, può essere così riassunto:

12-quando-prodotto-è-made-in-italyQuando un prodotto può dirsi “Made in Italy”? La risposta non è affatto immediata. Il Made in Italy negli anni è stato oggetto di un ricco e acceso dibattito nel contesto socio-politico non solo italiano ma anche comunitario ed internazionale. Si sono infatti avvicendati nel tempo numerosi provvedimenti normativi, da un lato volti a tutelare il consumatore che desidera conoscere l’effettiva provenienza della merce che acquista, dall’altro lato richiesti dai produttori per tutelare i propri manufatti da brutte-copie della concorrenza straniera.

Cerchiamo con questo articolo di mettere un po’ d’ordine dando alcune indicazioni per tentare di capire se effettivamente un determinato prodotto possa essere definito “Made in Italy” oppure no.

In linea generale, è universalmente accettato il principio in base al quale sono sempre considerate originarie di un Paese le merci ivi interamente ottenute, le quali possono quindi essere ragionevolmente definite autoctone[1].

Diversamente, quando la merce, di cui si deve stabilire l’origine, è ottenuta con l’utilizzo di materiali originari di Paesi diversi, la questione si complica e sono necessarie valutazioni più approfondite.

Innanzitutto, in tali casi, la legislazione di settore prevede – pressoché ovunque nei diversi mercati mondiali – regole particolari a seconda che si tratti di attribuire l’origine preferenziale o non preferenziale. Qui la questione inizia a complicarsi pertanto, per fare chiarezza ricordiamo che per origine:

  • Non preferenziale si intende quella che consente al consumatore di avere informazioni sull’effettivo luogo di produzione delle merci (questa è quella che interessa ai fini dell’attribuzione di un certo “Made in”). L’origine non preferenziale definisce quindi la “nazionalità” di un prodotto.
  • Preferenziale si intende quella che dà diritto a benefici tariffari (ingresso a dazio zero o a dazio ridotto) negli scambi tra paesi che hanno stipulato accordi di commercio preferenziale. Perché la merce possa essere considerata di origine preferenziale devono essere soddisfatte alcune condizioni specifiche indicate nei protocolli di origine degli accordi di commercio.

Per rispondere alla domanda, quando un prodotto può essere considerato “Made in Italy”, dobbiamo quindi fare riferimento alla sua origine c.d. non preferenziale. La norma di riferimento a tale fine è l’art. 24 del Reg. 2913/92 secondo cui “Una merce alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi è originaria del paese in cui è avvenuta l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata ed effettuata in un’impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo od abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione”.

La regola per stabilire se un determinato prodotto sia di origine non preferenziale Italiana è dunque quella della c.d. “trasformazione sostanziale” o “lavorazione che conferisce l’origine”.

Ai fini dell’individuazione dei requisiti sopra indicati il legislatore comunitario[2] fornisce un elenco tassativo di lavorazioni o trasformazioni in grado di conferire alla merce una determinata origine.

Ad esempio: nel caso di filati e monofilamenti (diversi dai filati di carta), perché si possano ritenere prodotti Made in Italy, dovrà avvenire in Italia il processo di fabbricazione – inteso come qualsiasi tipo di lavorazione o trasformazione, incluso l’«assiemaggio» – che parte dalle fibre naturali, non cardate né pettinate né altrimenti preparate per la filatura[3].

In alcuni casi il legislatore, oltre ad indicare quale tipo di lavorazione o trasformazione debba essere effettuata in un determinato territorio perché il prodotto in esso trovi origine, impone un requisito ulteriore connesso al valore del materiale “non originario” (sostanzialmente al valore della materia prima su cui si deve effettuare la lavorazione/trasformazione). In altri termini si richiede che le fasi di lavorazione o trasformazione abbiano un valore superiore – in percentuale determinata dal Reg. Cee n. 2454/93 – rispetto al costo della materia prima.

Facciamo un altro esempio per chiarire questa ipotesi. Nel caso di stampa di filati, accompagnata da operazioni di rifinitura in cui è compresa la testurizzazione in quanto tale, avvenuta in Italia, tali filati potranno ritenersi Made in Italy, solo qualora il valore della materia prima non superi il 48 % del prezzo franco fabbrica del prodotto.

Ci è di più. Il legislatore comunitario, al fine di evitare che alcuni produttori, per beneficiare di un determinato “Made in…” effettuassero lavorazioni fittizie o marginali, con una norma di chiusura ha precisato:

si considerano sempre insufficienti a conferire il carattere originario le seguenti lavorazioni o trasformazioni:

a) le manipolazioni destinate ad assicurare la conservazione dei prodotti tal quali durante il trasporto e il magazzinaggio (ventilazione, spanditura, essiccazione, rimozione di parti avariate e operazioni affini);

b) le semplici operazioni di spolveratura, vagliatura, cernita, classificazione, assortimento (ivi compresa la composizione di serie di prodotti), lavatura, riduzione in pezzi;

c) i) i cambiamenti d’imballaggio; le divisioni e riunioni di partite;

    ii) la semplice insaccatura, nonché il semplice collocamento in astucci, scatole o su tavolette, ecc., e ogni altra semplice operazione di condizionamento;

d) l’apposizione sui prodotti e sul loro imballaggio di marchi, etichette o altri segni distintivi di condizionamento;

e) la semplice riunione di parti di prodotti per costituire un prodotto completo;

f) il cumulo di due o più operazioni indicate alle lettere da a) ad e”)[4].

Il quadro normativo sino a qui delineato si basa sul Reg. Cee 2913/92 e relativo Regolamento di attuazione n. 2454/93, i quali a partire dal 1 maggio 2016 risulteranno superati per effetto dell’entrata in vigore del nuovo codice doganale, il Reg. Cee n. 952/2013.

Non solo, il panorama normativo di natura comunitaria, deve confrontarsi anche con la legge nazionale n. 55/2010 (anche nota come Legge Reguzzoni-Versace), la quale ha previsto:

4. L’impiego dell’indicazione «Made in Italy» è permesso esclusivamente per prodotti finiti per i quali le fasi di lavorazione, come definite ai commi 5, 6, 7, 8 e 9[5], hanno avuto luogo prevalentemente nel territorio nazionale e in particolare se almeno due delle fasi di lavorazione per ciascun settore sono state eseguite nel territorio medesimo e se per le rimanenti fasi è verificabile la tracciabilità.

Essendo la Legge in esame una “legge-quadro” necessita l’adozione di decreti attuativi per trovare applicazione. Tuttavia ad oggi tali decreti non sono ancora stati emanati[6]. In attesa della normativa di attuazione, il Presidente del Consiglio, su parere dell’Agenzia delle Dogane, ha chiarito che dovranno continuare a trovare applicazione i parametri stabiliti dal Regolamento europeo come precedentemente illustrati[7].

Per concludere la nostra analisi volta a chiarire quando un prodotto possa essere definito “Made in Italy”, ricordiamo che, l’articolo 16 del d.l. 135/09 convertito con legge n. 166/09, ha introdotto nel nostro ordinamento la possibilità di utilizzare il più stringente marchio “100% Made in Italy”. Se vuoi avere maggiori informazioni in merito clicca qui.


[1] Art. 23, Reg. Cee n. 2913/92.

[2] Reg. Cee n. 2454/93 agli allegati 10 per Materie tessili e loro manufatti.

[3] All. 9 e 10 Reg. Cee n. 2454/93.

[4] Art. 38 Reg. Cee n. 2454/93.

[5] Art. 1, commi 5-9 “Nel settore tessile, per fasi di lavorazione si intendono: la filatura, la tessitura, la nobilitazione e la confezione compiute nel territorio italiano anche utilizzando fibre naturali, artificiali o sintetiche di importazione. Nel settore della pelletteria, per fasi di lavorazione si intendono: la concia, il taglio, la preparazione, l’assemblaggio e la rifinizione compiuti nel territorio italiano anche utilizzando pellame grezzo di importazione. Nel settore calzaturiero, per fasi di lavorazione si intendono: la concia, la lavorazione della tomaia, l’assemblaggio e la rifinizione compiuti nel territorio italiano anche utilizzando pellame grezzo di importazione. Ai fini della presente legge, per «prodotto conciario» si intende il prodotto come definito all’articolo 1 della legge 16 dicembre 1966, n. 1112, che costituisca parte del prodotto finito o intermedio destinato all’abbigliamento, oppure all’utilizzazione quale accessorio da abbigliamento, oppure all’impiego quale materiale componente di prodotti destinati all’arredo della casa e all’arredamento, intesi nelle loro piu’ vaste accezioni, oppure come prodotto calzaturiero. Le fasi di lavorazione del prodotto conciario si concretizzano in riviera, concia, riconcia, tintura – ingrasso – rifinizione. Nel settore dei divani, per fasi di lavorazione si intendono: la concia, la lavorazione del poliuretano, l’assemblaggio dei fusti, il taglio della pelle e del tessuto, il cucito della pelle e del tessuto, l’assemblaggio e la rifinizione compiuti nel territorio italiano anche utilizzando pellame grezzo di importazione“.

[6] Art. 2, comma 1, l. n. 55/2010.

[7] Presidenza del Consiglio dei Ministri DCPC 0006554 del 30/09/2010; Agenzia delle Dogane Prot. 119919RU del 22/09/2010

03_100%_Made_in_ItalyCos’è 100% Made in Italy? Facciamo un po’ d’ordine

Hai intrapreso una start-up innovativa nel settore moda con produzione in Italia? Produci da anni nel Bel Paese e vuoi che questo sia scritto a chiare lettere sul tuo prodotto? Sei un Italiano vero, uno dei pochi impavidi che non ha delocalizzato la propria produzione nei paesi dell’est o in un oriente ancora più estremo, e vuoi gridare al mondo il tuo eroismo?

Qualunque sia la tua posizione, se hai bisogno di capire una volta per tutte se puoi fregiarti del blasone 100% Made in Italy, evitando le sanzioni penali e amministrative previste dal nostro ordinamento, questo articolo fa a caso tuo.

Prima di procedere facciamo una piccola precisazione. Ad oggi chi vuole dichiarare l’italianità del proprio prodotto ha due alternative:

  1. Ricorrere al marchio Made in Italy, alle condizioni indicate nel Codice Doganale
  2. Ricorrere al più elitario marchio 100% Made in Italy. Riservato ai veri puristi della produzione italiana.

In questo contributo ci concentriamo sul 100% Made in Italy, se però tu sei alla ricerca di informazione sul semplice Made in Italy ti invitiamo a leggere qui.

Per poter utilizzare il marchio 100% Made in Italy (“Tutto italiano”, “100% Italia” e altre diciture analoghe) il tuo prodotto deve:

  1. essere classificabile come Made in Italy ai sensi della normativa vigente. La normativa vigente[1] (artt. 23 e 24 del Reg. 2913/92) – spiegata con maggiore dettaglio qui- prevede che le merci interamente ottenute in un unico Paese o territorio sono considerate originarie di tale Paese o territorio. Le merci alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi o territori sono considerate originarie del Paese o territorio in cui hanno subito l’ultima trasformazione sostanziale. L’indicazione del marchio d’origine non è dunque concessa se l’attività di trasformazione non è svolta in Italia o se – anche svolta nel nostro Paese – è però marginale;
  2. essere disegnato, progettato, realizzato e confezionato esclusivamente sul territorio italiano[2].

Al fine di rendere evidente il giusto valore del prodotto realizzato in Italia, è stata elaborata e resa operativa la Certificazione 100% Made in Italy, da parte del ITPI (Istituto della Tutela dei Produttori Italiani), organismo nazionale iscritto al CNEL, già dal 2004, con la funzione di tutelare, valorizzare e promuovere il Made in Italy.

La certificazione volontaria rilasciata dall’ITPI alle condizioni chiarite nel sito dell’Organismo, di seguito riportate:

L’iter di Certificazione si avvia con la sottoscrizione volontaria da parte dell’Azienda del Regolamento del Sistema IT01 e della Richiesta di Certificazione.
I prodotti che il Produttore intende commercializzare, usando i marchi ed i segni distintivi “Made in Italy Certificate”, debbono avere i seguenti requisiti:

  1. Ideati e Fabbricati interamente in Italia
  • Realizzati con disegni e progettazione esclusivi dell’Azienda
  • Costruiti interamente in Italia
  • Realizzati con semilavorati Italiani
  • Con tracciabilità delle lavorazioni
  1. Costruiti con Materiali Naturali di Qualità
  • Materiali naturali individuali o composti
  • Materiali di qualità e prima scelta per l’uso previsto
  • Con tracciabilità della provenienza delle materie prime
  1. Costruiti su Lavorazioni Tradizionali Tipiche
  • Particolari lavorazioni aziendali
  • Utilizzo di tecniche tradizionali tipiche
  1. Realizzati nel Rispetto del Lavoro Igiene e Sicurezza
  • Realizzati nel pieno rispetto del lavoro
  • A norma igiene sanità e sicurezza su luoghi e prodotti

L’Istituto accerta la sussistenza dei requisiti ed accorda la Certificazione che ha validità 1 anno. Nel mese successivo all’ottenimento della Certificazione, un funzionario dell’Istituto verificherà la sussistenza dei requisiti sopra indicati e procederà al completamento dell’istruttoria con l’acquisizione della documentazione necessaria e la compilazione delle schede del Disciplinare. Entro la fine del mese successivo il funzionario confermerà all’Azienda l’ottenimento della Certificazione. L’Azienda sarà quindi iscritta nel Registro Nazionale Produttori Italiani”.

Come è possibile ricavare dagli stessi requisiti espressamente richiesti dall’ITPI, ovviamente, il fatto che le materie prime utilizzate per realizzare il prodotto finito siano acquistate all’estero, non pregiudica il conseguimento della certificazione a condizione che si tratti comunque di “Materiali naturali di Qualità” e sussistano tutti gli ulteriori presupposti sopra indicati.

L’Istituto ha provveduto ad istituire un sistema di tracciabilità per i prodotti certificati ” 100% Made in Italy”. L’azienda certificata dovrà utilizzare i segni distintivi rilasciati dall’Istituto, dotati di marchio olografico anti-contraffazione e di numerazione progressiva[3].

Nel caso di utilizzo al di fuori dei presupposti indicati, si incorre nel reato di contraffazione (art. 517 c.p.) punito con la reclusione fino a due anni e la multa fino a ventimila euro[4], aumentate di un terzo[5] in caso di utilizzo della dicitura di completa provenienza come “100%” o “Tutto italiano[6]”.

Per “uso” della suddetta indicazione si intende l’utilizzazione a fini di comunicazione commerciale o l’apposizione della dicitura sul prodotto, sulla confezione di vendita o sulla merce dalla presentazione in dogana fino alla vendita al dettaglio[7].


[1] Come è noto a far data dal 1 Maggio 2016, entrerà in vigore il nuovo Reg. 952/2013 come integrato dal Regolamento Delegato della Commissione 28 luglio 2015. Da tale data il riferimento dovrà ritenersi fatto all’art. 60 e ss., come previsto dalla tabella di corrispondenza del nuovo Codice Doganale.

[2] Art. 16, D.L. 135/2009 “Si intende realizzato interamente in Italia il prodotto o la merce, classificabile come made in Italy ai sensi della normativa vigente, e per il quale il disegno, la progettazione, la lavorazione ed il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano”.

[3] http://madeinitaly.org/certificazione-made-in-italy.php

[4] Modificato con il decreto competitività (d.l. 35/2005 conv. L. 80/05) che ha innalzato la pena pecuniaria del reato di contraffazione “da due milioni” a “ventimila euro”.

[5] Art. 16, comma 4, d.l. 135/2009.

[6] Anche chiamato full “made in Italy” dalla Circolare Ag. Dogane Rif.33281 R.I. del 12/11/2009.

[7] Art. 16, comma 3, d.l. 135/09.

06-certificazione-d'origineQualora tu non sia in grado di attribuire con certezza l’origine del tuo prodotto, puoi chiedere la c.d. informazione in materia d’origine vincolante (anche detta I.V.O.). Si tratta, appunto, di una informazione sull’origine del prodotto, avente efficacia vincolante, essendo l’esito di una vera e propria richiesta di certificazione dell’esatta provenienza delle merci, alle Autorità competenti.

È possibile ricorrere a questo strumento presentando alla Dogana un’istanza. Questo istituto è regolato dall’art. 12 del Codice Doganale Comunitario (Reg. Cee n. 2913/92)[1] e dagli artt. 6 e 7 del Reg. Cee n. 2454/93.

La richiesta può riguardare qualsiasi merce per la quale l’operatore non sia in grado, a causa di particolari processi produttivi o per utilizzo di materie prime provenienti da differenti Paesi, di stabilire con certezza l’esatta origine da attribuire ai prodotti.

L’informazione fornita è vincolante per tutte le amministrazioni degli Stati membri della Comunità[2] ed è valida per un periodo di tre anni dalla data del suo rilascio, a condizione che le merci importate o esportate e le circostanze che disciplinano l’acquisizione dell’origine corrispondano, sotto tutti gli aspetti, con quanto descritto nell’informazione[3].

La richiesta di I.V.O. dev’essere formulata per iscritto e presentata all’autorità doganale competente dello Stato membro o degli Stati membri in cui detta informazione deve essere utilizzata, oppure all’autorità doganale competente dello Stato membro in cui è stabilito il richiedente[4]. È necessario utilizzare il modulo predisposto dall’Agenzia delle Dogane[5].

La richiesta può riguardare sia l’origine non preferenziale, sia quella preferenziale delle merci[6] in base all’interesse sussistente in capo al richiedente. Questo interesse in particolare potrà riguardare:

  1. L’etichettatura nel primo caso, quindi la certificazione del “Made in…”;
  2. L’abbattimento dei diritti doganali nel secondo caso[7].

Un limite che caratterizza la richiesta di I.V.O. è rappresentato dal fatto che essa può riferirsi ad una merce sola[8]. Nell’ipotesi dunque in cui l’operatore desideri conoscere l’origine di più prodotti, oggetto del suo commercio, dovrà necessariamente presentare un numero di richieste I.V.O. pari al numero delle merci in questione.

L’informazione deve essere rilasciata dall’Autorità entro 150 giorni dal ricevimento della richiesta[9]. La richiesta d’informazione vincolante in materia d’origine deve contenere i seguenti elementi:

  1. a) nome e indirizzo del titolare;
  2. b) nome e indirizzo del richiedente nel caso in cui questi non sia il titolare;
  3. c) quadro giuridico adottato, ai sensi degli articoli 22 e 27 del codice[10];
  4. d) descrizione dettagliata e classificazione tariffaria della merce;
  5. e) all’occorrenza, composizione della merce, metodi di esame eventualmente utilizzati per la sua determinazione e il suo prezzo franco fabbrica;
  6. f) condizioni che permettono di determinare l’origine, la descrizione delle materie utilizzate e le relative origini, le loro classificazioni tariffarie, i valori corrispondenti e la descrizione delle circostanze (regole relative al cambiamento di voce, al valore aggiunto, alla descrizione della lavorazione o trasformazione, o qualsiasi altra regola specifica) che hanno permesso di soddisfare le condizioni in questione; in particolare, devono essere indicate la regola di origine specifica applicata e l’origine prevista per la merce in questione;
  7. g) eventuale fornitura sotto forma di allegati, di campioni, fotografie, schemi, cataloghi o altra documentazione, relativi alla composizione della merce e alle materie che la compongono, tali da illustrare il processo di fabbricazione o di trasformazione subito da queste materie;
  8. h) impegno di fornire, su richiesta dell’autorità doganale, una traduzione della documentazione eventualmente acclusa nella lingua o in una delle lingue ufficiali dello Stato membro interessato;
  9. i) indicazione degli elementi da considerare riservati, indipendentemente dal fatto che riguardino il pubblico o le amministrazioni;
  10. j) indicazione da parte del richiedente se, per quanto gli risulta, è stata già chiesta o fornita nella Comunità un’informazione tariffaria vincolante o un’informazione vincolante in materia d’origine per una merce identica o simile a quelle menzionate alle lettere d) o f);
  11. k) accettazione che le informazioni fornite siano inserite in una banca dati della Commissione accessibile al pubblico; tuttavia, oltre al disposto dell’articolo 15 del codice, si applicano le disposizioni in materia di protezione delle informazioni in vigore negli Stati membri[11].

La richiesta di I.V.O., pertanto, non sarà accettata se:

– non è conforme al modello di richiesta fornito dall’Agenzia delle Dogane;

– il richiedente è stato condannato per un reato grave connesso alla sua attività economica;

– il richiedente, nel momento in cui presenta la richiesta, è oggetto di una procedura fallimentare.

– le merci dichiarate nella richiesta siano quelle escluse ai sensi dell’art. 3, comma 2, della predetta Determinazione Direttoriale del 14 dicembre 2010 (armi, stupefacenti, oggetti d’antiquariato, esemplari di fauna e flora protetta, materiale radioattivo, ecc.). [12]


[1] Dal 1 Maggio 2016, la norma di riferimento sarà invece l’art. 33 e ss. del nuovo Regolamento n. 952/2013.

[2] Art. 5 Reg. Cee n. 2454/93, art. 12 Reg. Cee n. 2913/92.

[3] Circ n. 8/D dell’8 maggio 2013 dell’Agenzia delle Dogane e Monopoli.

[4] Art. 6, comma 1, Reg. Cee n. 2454/93.

[5] Circ n. 8/D dell’8 maggio 2013 dell’Agenzia delle Dogane e Monopoli

[6] A questo proposito si ricorda che per ogni prodotto ci possono essere due origini, questo dipende da quale delle due definizioni prendiamo come riferimento. La prima definizione di origine (non preferenziale) viene stabilita da ogni paese in base alle proprie esigenze interne; la seconda (preferenziale) è costituito dall’accordo tra due o più paesi. La certificazione di origine preferenziale compete alle Autorità doganali, quella dell’origine non preferenziale alle Camere di Commercio.

[7] Circ n. 8/D dell’8 maggio 2013 dell’Agenzia delle Dogane e Monopoli

[8] Art. 6, comma2, Reg. Cee n. 2454/93.

[9] Circ n. 8/D dell’8 maggio 2013 dell’Agenzia delle Dogane e Monopoli, e art. 6, comma 4, Reg. Cee n. 2454/93.

[10] Reg. Cee n. 2913/92.

[11] Art. 6 , comma 3, lettera B) del Reg. Cee n. 2454/93.

[12] Circ n. 8/D dell’8 maggio 2013 dell’Agenzia delle Dogane e Monopoli

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