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Categoria: Contrattualistica

Sei una piccola azienda del tessile che vorrebbe accedere a particolari finanziamenti o bandi pubblici ma non hai i requisiti richiesti? Sei un imprenditore che vorrebbe espandere la propria rete commerciale o sviluppare nuovi processi produttivi ma non hai i contatti giusti o la forza economica necessaria? La soluzione c’è e prevede una collaborazione con altre piccole-medie imprese come la tua. L’unione fa la forza!

Il contratto di rete tra imprese è stato introdotto nell’ordinamento giuridico dalla legge 9 aprile 2009, n. 33, di conversione del D.L. 10 febbraio 2009, n. 5 (c.d. “Decreto Incentivi”). La rete di imprese configura una tipologia di associazionismo imprenditoriale su base contrattuale che consente alle singole imprese aderenti, chiamate “retiste”, di collaborare.cooperativa

Occorre innanzitutto distinguere due possibili tipologie di rete: la rete-soggetto e la rete-contratto.

Le reti-soggetto sono reti di imprese che hanno deciso di acquisire la soggettività giuridica iscrivendosi nella sezione ordinaria del Registro delle Imprese, e costituiscono un soggetto “distinto” dalle imprese che hanno sottoscritto il contratto e, pertanto, sotto il profilo tributario, in grado di realizzare fattispecie impositive ad essa imputabili (Iva, Irap, imposta di registro, obblighi di tenuta delle scritture contabili).

Nelle reti-contratto, invece, l’adesione al contratto di rete non comporta l’estinzione, né la modificazione della soggettività giuridica e tributaria delle imprese che aderiscono all’accordo, né l’attribuzione di soggettività tributaria alla rete risultante dal contratto stesso. L’assenza di un’autonoma soggettività giuridica e fiscale delle reti di impresa comporta che gli atti posti in essere in esecuzione del programma di rete producano i loro effetti direttamente nelle sfere giuridico-soggettive dei partecipanti alla rete. Dunque, la titolarità di beni, diritti, obblighi ed atti rimane, quota parte, alle singole imprese partecipanti.

Ciò precisato, quali sono i vantaggi di un contratto di rete?

Dal punto di vista dei lavoratori, con il contratto di rete è possibile ottimizzare l’impiego delle risorse umane e raggiungere livelli superiori di efficienza produttiva, organizzativa e qualitativa, aderendo alle richieste del mercato. In particolare, sarà possibile l’utilizzo dell’istituto del distacco dei lavoratori, che si realizza quando un datore di lavoro (cd. distaccante), per soddisfare un proprio interesse, pone temporaneamente uno o più lavoratori (cd. distaccato/i) a disposizione di altro soggetto (cd. distaccatario) per l’esecuzione di una determinata attività lavorativa. La legge n. 99/2013, di conversione del Decreto legge n. 76/2013, ha aggiunto all’art. 30 del D.lgs. n. 276/2003, il comma 4-ter che prevede la possibilità di applicare il distacco anche ad aziende appartenenti ad una rete di imprese. Secondo quanto previsto dalla norma, nell’ipotesi di distacco nel contratto di rete, “l’interesse del distaccante sorge automaticamente in forza dell’operare della rete”. L’introduzione di una presunzione di sussistenza dell’interesse ha come obiettivo primario quello di favorire la circolazione dei lavoratori tra imprese collegate da un obiettivo coordinato all’interno della rete.

Un altro aspetto interessante è l’accesso al credito d’imposta del 50 per cento delle spese incrementali in Ricerca e Sviluppo sostenute nel periodo 2017-2020 che è stato riconosciuto anche a favore dei consorzi e delle reti di impresa, fino a un massimo annuale di 20 milioni di €/anno per beneficiario e computato su una base fissa data dalla media delle spese in Ricerca e Sviluppo negli anni 2012-2014.

Infine, si segnala il Bando MISE “Grandi progetti di Ricerca e Sviluppo”, a valere sul PON Imprese e Competitività 2014-2020 FESR, che finanzia grazie all’intervento del Fondo crescita sostenibile i progetti di ricerca e sviluppo di rilevanti dimensioni in materia di Agenda Digitale e Industria Sostenibile, realizzati nelle Regioni meno sviluppate (Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia), e nelle Regioni in transizione (Abruzzo, Molise, Sardegna).

I dati sui contratti di rete in Italia[1] parlano di una “crescita inarrestabile” delle reti di impresa, con oltre 3300 unità, e più di 17300 imprese coinvolte.

A livello di distribuzione per regione, la Lombardia si attesta al primo posto con 2837 imprese interessate da esperimenti di rete, seguita dal Toscana (1685) ed Emilia-Romagna (1606).

Di sicuro interesse i casi di contratti di rete del distretto tessile di Prato e del progetto emiliano Fashion Valley.contratti di rete_infografica1

Le aspettative di risultato tramite il contratto di rete – settore moda, possono riguardare:

  • la gestione integrata della catena logistica;
  • l’internazionalizzazione del business;
  • la diversificazione dell’offerta;
  • lo sviluppo di innovazioni (ad es. nuove fibre tessili, o nuovi tipi di lavorazioni);
  • lo sviluppo di competenze e risorse;
  • lo sviluppo di una cultura dell’innovazione;
  • la risposta all’esigenza di delocalizzare le produzioni più mature in mercati a basso costo.

Grazie al contratto di rete, le piccole e medie aziende possono quindi permettersi di raggiungere, unendosi, obiettivi di risparmio economico in termini di guadagno in efficienza nella catena di fornitura e in quella di approvvigionamento, di aumento della penetrazione commerciale e di miglioramento della qualità della rete commerciale, di impulso all’innovazione per la competitività, e sviluppo di politiche di eco-sostenibilità.

 

 

[1] Dati Infocamere, aggiornati al 03 febbraio 2017. Per ulteriori aggiornamenti visitare il sito http://contrattidirete.registroimprese.it/reti/#.

qrcodeIl Made in Italy è un marchio che molti paesi ci invidiano da sempre. È un tessuto produttivo di altissima qualità nei settori più differenti che dimostra la buona qualità dei nostri prodotti. Questo provoca il fenomeno della contraffazione del Made in Italy, che in quest’ultimo periodo si sta diffondendo sempre di più. Ciò genera gravissimi danni alla nostra economia e inoltre mette a rischio la salute e la sicurezza dei consumatori. Ogni anno sottrae al PIL italiano milioni di euro. Tra i settori più colpiti da questo fenomeno ci sono certamente abbigliamento e accessori. Per fermare tutto ciò, è stato inventato un nuovo metodo all’avanguardia per verificare l’autenticità, del marchio made in Italy, attraverso un semplice gesto con lo smartphone.

Ha ottenuto il via libera della Camera la proposta di legge sulla tracciabilità del Made in Italy con l’obbiettivo di combattere la contraffazione.

Sperabilmente entro la fine di quest’anno si potrebbe arrivare all’approvazione definitiva in Senato. La proposta ha l’obbiettivo di mettere a disposizione delle imprese dei contributi, in modo tale da creare nuovi sistemi di etichettatura e certificazione basati sul QR-code.

Il codice permette a tutti i consumatori, in qualsiasi momento, di verificare l’autenticità del prodotto con il proprio smartphone. In maniera più dettagliata il disegno di legge, composto da un solo articolo, introduce un certificato digitale del prodotto e garantisce così la sua identità e autenticità delle origini “Made in Italy”, per tutelare sia produttori che i consumatori di tutto il mondo che scelgono di investire in un prodotto italiano al 100%. La traccia digitale permetterà a ciascun consumatore di conoscere l’effettiva origine dei beni che acquista, fornendo informazioni relative alla qualità, alla provenienza, al processo di lavorazione delle merci, dei prodotti intermedi e finiti.

Rimaniamo dunque in attesa di conoscere l’esito del procedimento. Per conoscere tutti i dettagli dello stato di avanzamento dei lavori vi invitiamo a cliccare qui.

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Con questo articolo a cura di RITEX , già pubblicato sulla rivista specializzata Detergo  vogliamo fornire alcune indicazioni sui requisiti di sicurezza previsti per gli abiti dei più piccoli dalla normativa cogente.

La protezione della salute dei consumatori è uno dei principi ispiratori di ormai qualunque sistema legislativo minimamente evoluto.  Quando il consumatore è un bambino il livello di attenzione da parte del legislatore si innalza particolarmente, portando all’emanazione di leggi e regolamenti molto restrittivi.

Questa attenzione, presente da molto tempo per il settore dei giocattoli, si è indirizzata negli ultimi anni anche verso il settore del tessile-abbigliamento. A conferma di ciò è sufficiente dare uno sguardo al numero di articoli di abbigliamento ritirati annualmente dal mercato perché ritenuti pericolosi per la salute del bambino.

Come ottenere le informazioni, in tempo rapido, circa la presenza sul territorio europeo di capi di abbigliamento pericolosi per il bambino?  Ogni libero cittadino, ed è molto interessante farlo, può verificare settimanalmente, attraverso il  portale RAPEX, l’elenco di tutti i prodotti, non solo tessili, ritirati dal mercato per problemi di sicurezza generale, in tutto il territorio della comunità Europea.

Che cos’è Rapex?

Rapex è un sistema di allerta rapido utilizzato dagli stati membri per scambiarsi informazioni circa la pericolosità di prodotti che circolano sul territorio comunitario. Settimanalmente viene pubblicato un report con i dettagli di tutti gli articoli considerati critici per la sicurezza. L’elenco di tutti i report è facilmente reperibile, ricercando “RAPEX – Weekly Notification reports”. Interessante è anche approfondire le statistiche annuali, che riassumono, settore per settore, tutte le notifiche pubblicate sul Rapex. A seguire un’immagine tratta dal documento relativo all’anno 2014 “Keeping European Consumers Safe – Rapid Alert System for  dangerous non-food products – 2014 COMPLETE STATISTICS” in cui si nota che, dopo il settore dei giocattoli (Toys) con 650 notifiche, quello maggiormente segnalato è quello dell’abbigliamento (Clothing, Textiles and Fashion) con 530 articoli notificati.

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Ma quali rischi sono associati ad un capo di abbigliamento per bambino?

In generale, e quindi anche nel caso del bambino, tre sono le tipiche categorie di rischio:

  1. MECCANICO
  2. CHIMICO
  3. CALORE E FIAMMA.
 3 Possibilità prevedibile che durante le condizioni normali di utilizzo si raggiunga, tramite fruizione dell’articolo o di parti di esso, un livello di potenziale pericolo per l’integrità fisica dell’utilizzatore. I rischi più significativi in ambito meccanico comprendono:  intrappolamento, punture, lacerazioni, soffocamento.
 4 Possibilità prevedibile che durante le condizioni normali di utilizzo e di manutenzione, tramite esposizione dovuta al contatto con la cute o la mucosa, a inalazione o ingestione, si raggiunga un pericolo per l’utilizzatore finale di una certa sostanza chimica contenuta nel prodotto tessile o nelle sue appendici.
 5 Possibilità prevedibile che durante le condizioni normali di utilizzo e di manutenzione, si determini un potenziale pericolo per l’integrità fisica dell’utilizzatore, a causa di stress termici e in relazione allo sviluppo e propagazione di fiamme.

Le definizioni e la rappresentazione grafica delle tre categorie sono ricavate dal documento “requisiti di sicurezza dei prodotti tessili” a cura della Camera di Commercio di Milano in collaborazione con Centro Tessile Cotoniero S.p.A.  e Sistema Moda Italia.

 

Quali sono nel dettaglio i rischi concreti?6

Per approfondire nel concreto i rischi associati all’abbigliamento bambino è interessante leggere uno degli ultimi rapporti Rapex del 2015, il numero 51 del 25 dicembre.

A seguire viene riportata l’immagine relativa all’articolo rif. 37. Si tratta di un paio di pantaloncini per neonato, notificati al Sistema dal paese Ungheria a causa del fatto che nella zona del girovita sono presenti lacci che terminano con dei nodi. Viene dichiarato che il prodotto non è conforme alla norma EN 14682 e ne viene imposto l’immediato ritiro dal mercato. Il rischio meccanico è quello che i lacci possano rimanere intrappolati durante le attività del bambino e causarne quindi delle lesioni.

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9Interessante è anche la notifica n.25, relativa ad una giacca bambina che presenta dei lacci nell’area del collo che terminano con dei pom-pom. Anche in questo caso viene dichiarata la non conformità alla norma EN 14682 e quindi ne viene imposto il ritiro dal mercato a causa del rischio meccanico di strangolamento

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Che cosa impongono la norma EN 14682 e in generale gli standard di sicurezza per l’abbigliamento bambino?

I requisiti imposti dagli standard di sicurezza per l’abbigliamento per bambini sono molti e sono suddivisi in base all’età dell’utilizzatore (0-7 anni –bambini piccoli – oppure 7-14 anni – bambini più grandi)) e in base alla zona del corpo a cui sono destinati (A,B,C o D).

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Ne riportiamo solamente alcuni (l’elenco a seguire è incompleto rispetto alla norma di riferimento; le immagini sono tratte dalla norma stessa):

REQUISITO GENERALE

13Le estremità libere di lacci passanti, i cordoncini funzionali e fasce o fusciacche non devono presentare guarnizioni tridimensionali o nodi e devono essere a prova di sfilacciamento, per esempio termosaldate o travettate.

Le estremità possono essere ripiegate o piegate in due purchè non creino pericolo di intrappolamento.

Ove consentiti i lacci passanti devono essere fissati al capo, per esempio mediante travettatura, in almeno un punto situato in posizione equidistante dai punti di uscita (vedere figura)

ZONA TESTA, COLLO E PARTE SUPERIORE DEL PETTO NEI CAPI DI ABBIGLIAMENTO PER BAMBINI PICCOLI – ZONA A

14I capi di abbigliamento destinati ai bambini piccoli non devono essere concepiti, confezionati o forniti con lacci passanti, cordoncini funzionali nella zona testa, collo e parte superiore del petto.

I capi di abbigliamento all’americana devono essere preparati senza estremità libere nella zona collo e gola (X=vietato, V= permesso).

  

ZONA PETTO E VITA – ZONA B

15I capi indossati dalla vita in giù e senza spalline, bretelle, o maniche, come pantaloni, pantaloncini, gonne, slip, parte inferiore del bikini, non devono avere estremità libere di lacci passanti più lunghi di 20 cm (A) in ogni estremità quando il capo è in uno stato naturale rilassato (X=vietato, V= permesso).

 

ORLI AL FONDO NEI CAPI DI ABBIGLIAMENTO CHE ARRIVANO SOTTO AL CAVALLO – ZONA C

16I lacci passanti, i cordoncini decorativi e i cordoncini funzionali, fermacorda inclusi, situati nei bordi al fondo dei capi che arrivano al di sotto del cavallo non devono pendere al di sotto del bordo al fondo del capo di abbigliamento (X=vietato, V= permesso).

 

ZONA POSTERIORE– ZONA D

I capi di abbigliamento per bambini non devono prevedere lacci passanti cordoncini decorativi o cordoncini funzionali che fuoriescano dalla parte posteriore del capo o da allacciare dietro (X=vietato, V= permesso).

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REQUISITO PER IL PERICOLO DI SOFFOCAMENTO

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Foto di archivio Ritex

Un ulteriore requisito tipicamente associato alla sicurezza dell’abbigliamento per bambino, anche se non specificato dalla norma EN 14682,  è quello relativo al pericolo di soffocamento per ingestione di piccole parti. Se il capo di abbigliamento contiene parti funzionali o decorative che rientrano nella categoria di “piccole parti” (le dimensioni sono definite in uno standard europeo) esse devono essere non afferrabili o saldamente fissate al capo in modo da non poter essere distaccate dal bambino durante l’uso normale e prevedibile del capo stesso.

A seguire un caso concreto esaminato in laboratorio: la maglia è stata classificata come non conforme agli standard di sicurezza; le decorazioni sono infatti risultate essere fonte di pericolo di soffocamento in quanto “piccole parti staccabili”.

 

fiorucciChe ne è stato di Fiorucci?

Il famoso brand dell’omonimo stilista ha passato negli ultimi due decenni non poche vicissitudini legali che possono costituire un interessante spunto di riflessione per il settore del Fashion.

Elio Fiorucci, uscito dalla Fiorucci S.p.A. nel 1990 aveva ceduto diversi marchi denominativi e figurativi contenenti il patronimico Fiorucci alla Giapponese Edwin Co. Quest’ultima, nel 1999 registrava il marchio denominativo «Elio Fiorucci» per una serie di prodotti (articoli di profumeria, in cuoio, di valigeria e di abbigliamento). L’imprenditore, però, contestava la registrazione, sostenendo che il suo nome godeva in Italia di una tutela particolare: infatti i nomi noti di persona possono essere registrati come marchio soltanto dal titolare o con il consenso di questi. Nel caso di specie, nessun consenso era stato dato.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea accoglieva la tesi dello stilista affermando che il titolare di un patronimico notorio, indipendentemente dal settore nel quale tale notorietà è stata acquisita ed anche se il nome della persona notoria è già stato registrato o utilizzato come marchio, ha il diritto di opporsi all’uso di tale nome come marchio, in caso di mancato consenso alla registrazione. Sulla base di questa sentenza, il marchio «Elio Fiorucci» non poteva essere più usato dalla multinazionale giapponese che nel 1990 ha acquisito tutto il patrimonio creativo della società italiana, compresi tutti i marchi di cui essa era titolare, parecchi fra i quali contenevano l’elemento «Fiorucci».

love therapy Dopo questa prima vicenda giudiziaria lo stilista aveva in seguito registrato il marchio “Love Therapy By Elio Fiorucci” ed altri marchi simili contenenti tutti il nome Elio Fiorucci.

La Edwin Co. si era quindi rivolta al Tribunale di Milano lamentando:

– la violazione dei propri diritti esclusivi e

– la concorrenza sleale per imitazione idonea a generare confusione.

Il tribunale aveva però ritenuto che il marchio contestato non fosse da considerare in contraffazione dei marchi anteriori Fiorucci in quanto utilizzava il cognome insieme al nome dello stilista e impiegava la particella “by” indicando l’intervento personale del creativo, il tutto in una posizione defilata rispetto alle parole “Love Therapy”. Pertanto, il patronimico “Fiorucci” era stato utilizzato legittimamente, secondo il tribunale, in quanto avente funzione descrittiva e non di marchio. Questa decisione era successivamente confermata in grado di appello.

A sovvertire il pronunciamento dei primi due gradi di giudizio è però intervenuta la Corte di Cassazione con sentenza n. 10826, del 25 maggio 2016 la Corte di Cassazione.

La Cassazione richiamandosi alla giurisprudenza consolidata ha chiarito che “l’uso commerciale del nome patronimico deve essere conforme ai principi della correttezza professionale e non può quindi avvenire in funzione di marchio, cioè distintiva, ma solo descrittiva (…); ne consegue che sussiste la contraffazione quando il marchio accusato contenga il patronimico protetto, pur se accompagnato da altri elementi”.

Sulla scorta di tali premesse la Suprema Corte conclude che la persona che registra il proprio patronimico come marchio e poi cede il marchio a prezzo congruo può ancora utilizzare il patronimico con riferimento descrittivo alle proprie attività professionali.

Qualora sia “superata” la suddetta esigenza descrittiva inerente all’attività, ai prodotti o ai servizi offerti dalla persona, l’inserimento nel nuovo marchio del patronimico violerebbe la correttezza professionale e non sarebbe giustificabile.

bNel caso di “Love Therapy by Fiorucci” l’impiego del cognome Fiorucci aveva ampiamente travalicato la funzione descrittiva, sia nelle attività riconducibili al lavoro creativo del designer sia nell’attività di commercializzazione di prodotti di altre imprese nei settori più disparati.

Cosa insegna il caso Fiorucci?

Senza entrare nel merito dei principi scomodati dalla Giurisprudenza Comunitaria e Nazionale per risolvere le diatribe sopra menzionate, quello che ci preme sottolineare è l’importanza di un’accurata regolamentazione contrattuale dell’utilizzo del patronimico, che abbia acquisito valenza di brand e sia al contempo riconducibile ad un designer (titolare o meno dell’impresa che sfrutta questo brand).

Realizzare creazioni sotto il proprio nome è una scelta comune e molto spesso naturale per gli stilisti, nel mondo della moda. Per proteggere il proprio brand gli stilisti registrano il proprio nome come marchio; questo ha certamente molti vantaggi, ma è altresì importante sapere che tale registrazione incorporante un patronimico costituisce a tutti gli effetti un “asset commerciale”.

In questo modo quindi, tutte le volte in cui tale “asset” viene ceduto (o addirittura perduto come può accadere in caso di fallimento dell’impresa, o in caso di licenziamento/dimissioni dello stilista lavoratore dipendente), vi sono delle conseguenze non trascurabili.

Lo stilista infatti, come chiarito dalla Cassazione, non potrà più utilizzare il patronimico in questione per finalità diversa da quella meramente descrittiva.

Al contempo però la stessa azienda rimasta titolare del brand non potrà utilizzarlo in modo indiscriminato ed effettuare nuove registrazioni che coinvolgano il patronimico.

Quali sono dunque le possibili soluzioni?

Dal punto di vista dell’impresa la soluzione è certamente costituita da clausole contrattuali volte a garantire il più ampio sfruttamento possibile del brand, nei limiti in cui ciò non violi il diritto al nome, inteso in senso privatistico e costituzionalmente garantito, del designer stesso. Ferma in ogni caso la consapevolezza che l’utilizzo da parte dello stesso stilista del proprio nome con valenza commerciale e non semplicemente descrittiva potrà essere contestata ed efficacemente “bloccata” dalla Società titolare del marchio registrato.

Dal punto di vista dello stilista, sarà necessaria lungimiranza nella gestione di questo bene. In vista di cessioni di azienda o di ramo di azienda lo stesso potrebbe valutare la costituzione di società ad hoc a cui cedere il brand incorporante il patronimico, stipulando poi con l’acquirente dell’azienda ceduta contratti di concessione dell’utilizzo dello stesso. In questo modo lo stilista potrà conservare la titolarità del marchio recante il proprio patronimico pur non limitando lo sfruttamento commerciale dello stesso da parte dell’acquirente concessionario.

Questo tipo di accordi non solo potranno avere una durata limitata nel tempo ma potranno essere accompagnati da tutte le condizioni contrattuali di volta in volta necessarie a salvaguardare le possibili attività commerciali future del medesimo stilista.

Screenshot 2016-05-19 13.33.12Terminiamo con questo articolo la nostra rassegna di alcune delle Start-up del Fashion che lo scorso 7 aprile sono state presentate presso il noto incubatore H-Farm, in occasione di una visita organizzata da Antia (Associazione Italiana tecnici professionisti del sistema moda), a cui Consulenza Legale Moda ha partecipato. L’ultima (ma non meno importante) start-up di cui vogliamo raccontarvi si chiama deSwag: si tratta di un Fashion Game in cui i giocatori competono tra loro per aggiudicarsi i capi e gli accessori più in voga tra le principali fashion-icon. I giocatori possono così rimanere aggiornati sui trend del momento e, in caso di vittoria, potranno “sbloccare” il capo vinto e farlo indossare al loro avatar… Ma c’è di più! Al termine del gioco, per chi non fosse soddisfatto della vittoria “virtuale” potrà farla propria nella vita reale, acquistandola on line.

Vi raccontiamo di più di questa idea innovativa e divertente con l’intervista che abbiamo fatto ad una delle fondatrici: Clara Fraccia.

deswagCome nasce deSwag?

deSwag nasce come progetto di tesi di fine triennio allo IED Moda di Milano con l’intento di creare qualcosa di unico e innovativo nell’ambito del marketing e comunicazione del settore moda. L’idea di unire due realtà apparentemente distanti tra loro (moda e videoludica) ci è sembrata fin dall’inizio sfidante. Diverse analisi di mercato avevano confermato quanto la moda si stesse sempre più orientando verso trend come il gaming e la personalizzazione, pur non avendoli ancora esplorati in maniera significativa. Il nostro intento iniziale era quello di dare vita a un fashion game ironico e divertente: uno scacciapensieri composto da una serie di giochi semplici e intuitivi che intrattenessero le persone con un forte interesse per la moda. Il giocatore avrebbe così “giocato alla moda” indossando virtualmente sul proprio avatar tutto quello che poi avrebbe potuto anche acquistare con un semplice click.

Che livello di complessità aveva raggiunto la vostra start-up quando siete arrivati in H-Farm?

deswag 3Ci siamo presentate al comitato investimenti di H-FARM durante l’H-ACK FASHION, con la nostra tesi di trecento pagine e un mockup dimostrativo, suscitando un forte interesse per la creatività e l’unicità alla base dell’idea. Idea che era già ben consolidata, in quanto frutto di mesi di analisi di mercato e studio del target identificato. Il gioco è stato infatti interamente pensato e realizzato andando incontro alle esigenze del nostro giocatore di riferimento e seguendo i trend del momento, sia nella moda sia nel gaming. deSwag è presente sui principali social network sin dal momento della sua nascita e, proprio grazie all’apprezzamento riscontrato attraverso le nostre pagine, siamo riuscite a catturare l’attenzione di famosi designer tra cui Stefano Gabbana, che ci sostiene tuttora. L’essere state poi selezionate da H-FARM è stata per noi un’ulteriore convalida che l’idea di trasformare un progetto di tesi in un vero e proprio progetto di impresa fosse fondata.

Quale parte del supporto fornito da H-Farm è stato, secondo lei, di maggiore importanza?des

H-FARM è stata innanzitutto per noi fondamentale per entrare a far parte del mondo delle startup, a noi prima sconosciuto. Senza i servizi e la struttura che H-FARM ci ha fornito, durante tutto il periodo di incubazione, non saremmo riuscite a focalizzarci esclusivamente sul progetto e a costruire il team, che è stata forse la parte più complessa e delicata dell’intero percorso. Abbiamo avuto inoltre l’opportunità di entrare in contatto con il grande network di H-FARM e di presentare deSwag a importanti aziende che operano nel fashion, con cui ora stiamo portando avanti una potenziale collaborazione. Non in ultimo sono stati fondamentali tutti i mentor e le persone che ci hanno seguito in questo percorso, della durata complessiva di un anno, dal cui confronto abbiamo avuto modo di consolidare il nostro modello di business.

Come avete gestito e formalizzato i ruoli di ciascuno startupper all’interno del progetto?

des1Il team deSwag è attualmente composto da 6 persone, più 2 manager professionisti come advisor e 2 vip advisor. Io e Francesca ci siamo conosciute e siamo diventate amiche durante i nostri rispettivi corsi di studio allo IED: Fashion Marketing e Fashion Communication. Siamo le due founder e ci siamo suddivise i ruoli a seconda delle nostre competenze ed esperienze: io mi occupo del prodotto e del business e Francesca della comunicazione e della selezione dei look. In team sono inoltre fondamentali: Laura in quanto illustratrice, Mattia come sviluppatore dell’app su iOS, Jenny e Vincenzo i due game designer.

Come avete gestito e formalizzato il ruolo dei business-angel?

La prima realtà che ha creduto in deSwag è stata H-FARM, che ci ha selezionato tra oltre 500 application, permettendoci di partecipare al programma di accelerazione e investimento (H-CAMP Spring 2015). Ora siamo in contatto con diversi business angel, che abbiamo conosciuto durante eventi mirati, che ci aiutino a far partire il nostro business promuovendolo inizialmente sul mercato italiano.

Quali sono state le conoscenze/competenze di cui avete avuto maggiore necessità nel portare avanti il vostro progetto?

Screenshot 2016-05-19 13.31.18Imparare a creare e pianificare giorno dopo giorno le attività necessarie allo sviluppo della propria startup. Abbiamo imparato a fare un po’ di tutto per poter poi capire le risorse necessarie per accrescere il nostro business. Avere poi le manifestazioni di interesse da parte dei brand e dei giocatori è la nostra spinta quotidiana a voler sempre dare il nostro meglio con nuove idee e proposte ad hoc, a seconda del brand che vuole utilizzare deSwag come nuovo canale di promozione e vendita dei propri prodotti. Avviare una startup è un’esperienza unica nel suo genere, che solo chi ne ha avuta una può davvero capire. Significa mettersi ogni giorno alla prova con una nuova sfida e imparare a credere in se stessi e nelle proprie capacità. Il consiglio che ci sentiamo di dare a chi volesse intraprendere il nostro stesso percorso è quello di trovare persone qualificate e altrettanto innamorate del progetto quanto chi l’ha fondato. Ma soprattutto saper ascoltare i pareri altrui senza però perdere di vista la visione che solo chi ha avuto l’idea può e deve avere.

Che futuro vede per DeSwag?

deSwag, grazie a tutto il lavoro di questo anno, si é trasformata da tesi ad applicazione mobile (a oggi presente sull’App Apple Store). Il progetto è ambizioso: diventare una guida di stile per l’utente che, attraverso una serie di quiz sulla moda più o meno intuitivi, potrà così informarsi su tutte le ultime news e i trend in maniera attiva e non più passiva. La giocatrice di deSwag sarà sempre aggiornata sul mondo dei brand che ama e ha sempre sognato. Grazie all’attenta selezione dei look, suddivisi per stili e città, che si potranno scoprire sfidando le amiche, sarà possibile inoltre acquistare realmente il capo dei propri sogni (incentivate anche da meccaniche di sconto che verranno prossimamente inserite). In un solo concetto: unire il lusso (per definizione esclusivo) a un mezzo democratico come il mobile gaming a cui chiunque può accedere. Ci piacerebbe che diventasse un nuovo contenitore editoriale attraverso il quale tutte le appassionate di moda si possano informare, divertire e acquistare tutto quello che più desiderano.

Ringraziamo Clara per l’intervista e vi invitiamo a seguirci per rimanere aggiornati sulle principali novità e aggiornamenti di Consulenza Legale Moda.

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Come acquisti la materia prima per realizzare i capi o accessori che immetti sul mercato?

Nel settore della moda, che si tratti di pellame, di tessuti o di accessori, l’approvvigionamento viene di solito effettuato sulla base di campioni. Campioni di stoffa, vendita-su-campione-3di pelle, di accessori (applique, bottoni, zip, patch ecc.) che l’acquirente, dopo aver visionato acquista chiedendo una fornitura di beni dello stesso tipo di quelli esaminati, nella quantità a lui necessaria.

Questo tipo di vendita, detta “a campione” o “su tipo di campione”, è comunissima nel settore moda e utilizzata moltissimo in occasione delle fiere di settore. Essa ha delle importanti implicazioni giuridiche che davvero pochi addetti ai lavori conoscono. Ignorare la disciplina della vendita su campione significa accettare dei rischi non indifferenti

Ecco dunque quello che c’è da sapere ogni volta che si conclude un contratto di vendita di questo tipo.

Il campione

Il campione può avere una duplice valenza:

  1. essere considerato come specifico termine di paragone (in questo caso si tratta di vendita su campione, prevista all’art. 1522 codice civile primo comma[1])
  2. essere considerato un parametro indicativo della qualità della merce (in questo caso si tratta di vendita su tipo di campione, prevista all’art. 1522 codice civile secondo comma[2]).

È importante che risulti ben chiara la volontà delle parti circa il valore da attribuire al campione dato che:

  • nel primo caso, la legge consente di risolvere la vendita per qualsiasi difformità, anche di lieve entità;
  • mentre nel secondo, il compratore può risolvere il contratto, soltanto se la merce presenta una difformità qualitativa notevole rispetto a quella del campione tipo.

Cosa succede se le parti non specificano che tipo di vendita intendevano perfezionare?

vendita-su-campioneLa risposta a questa domanda ce la forniscono i tribunali nel risolvere questioni su tale punto specifico: la giurisprudenza[3] infatti tende a ritenere che si tratti di vendita su tipo di campione. In assenza quindi di uno specifico riferimento alla vendita su campione il compratore potrà risolvere il contratto, soltanto se la merce presenta una difformità qualitativa notevole rispetto a quella del campione tipo visionato in fase di acquisto.

Le implicazioni di questo orientamento non sono di poco conto! Per fare un esempio: una lieve differenza di colore del tessuto, non consentirebbe di poter risolvere il contratto con la restituzione del bene da una parte, e del prezzo corrisposto, dall’altra. Sarebbe soltanto possibile ottenere una riduzione del prezzo.

Peccato che in questo settore una sfumatura diversa di colore non è un dettaglio, soprattutto per coloro che, producendo per importanti griffe del settore devono rispettare capitolati di produzione che non lasciano margine di errore.

È chiaro quindi come, precisare contrattualmente che la propria volontà è nel senso di concludere una vendita su campione e non già su tipo di campione diventa di fondamentale importanza.

Lasciare questa circostanza non specificata, imporrebbe, in caso di contestazione, la necessità di ricorrere a prove testimoniali alquanto difficili (spesso addirittura non ammesse dal giudice), volte a chiarire che valore avevano attribuito le parti a quel campione, se come effettivo termine di paragone, ovvero come indicazione generica circa le caratteristiche della merce.

A prima vista, si potrebbe pensare che la vendita su campione, sia una tipologia contrattuale che tuteli maggiormente il compratore in caso di difformità della merce.

In realtà, anche per il venditore tale contratto sortisce degli effetti positivi. Ad esempio, la vendita su campione, non impone al venditore di dimostrare che la merce sia conforme al campione.

Il venditore ha l’onere di dimostrare soltanto la consegna della merce, mentre al compratore incombe l’onere di dimostrarne l’eventuale difformità rispetto al campione.[4]

A tal fine potrebbe essere utile prevedere che il campione venga consegnato al compratore ai fini del controllo, o anche ad un terzo, che potrebbe fungere da custode imparziale o di perito (qualora abbia particolari competenze), ovvero del soggetto incaricato dalle parti di compiere una valutazione tecnica (a prescindere dalle sue competenze).

L’aspetto della conservazione del campione assume difatti un rilievo fondamentale dato che, per dimostrare la difformità della merce, è necessario avere il termine di paragone.

Cosa succede se il campione è stato smarrito?

vendita-su-campione-2La giurisprudenza e la dottrina si dilettano ad esprimere la loro opinione circa gli effetti dello smarrimento del campione, giungendo alle seguenti conclusioni.

1. Nel caso di smarrimento del campione da parte del compratore, si dovrebbe presumere, fino a prova contraria, la conformità delle cose consegnate.

2. Qualora invece fosse colpa del venditore, si dovrebbe presumere, fino a prova contraria, che la merce fosse difforme.

Da ultimo, se lo smarrimento non fosse attribuibile ad alcuno, la vendita si risolverebbe per impossibilità sopravvenuta, comportando quindi la restituzione della merce da un lato e la restituzione del prezzo dall’altro.

Rimane invero praticabile un’altra via: quella cioè di qualificare altrimenti la vendita, come non appartenente al tipo speciale in considerazione, ma come una vendita semplice, ovvero non a campione, con tutti le problematiche già analizzate in questo nostro articolo.

Quale soluzione quindi per il caso di smarrimento del campione?

Le parti potrebbero prevedere, a livello contrattuale, quali sono gli effetti della perdita, smarrimento, deterioramento etc. del campione: ricordiamoci infatti che il contratto “ha valore di legge tra le parti”.

Pertanto, la volontà delle parti prevarrebbe sulle soluzioni interpretative, a volte anche fantasiose, dei giuristi.


[1] Art. 1522 c.c., primo comma: “Se la vendita è fatta su campione, s’intende che questo deve servire come esclusivo paragone per la qualità della merce, e in tal caso qualsiasi difformità attribuisce al compratore il diritto alla risoluzione del contratto”.

[2] Art. 1522 c.c., secondo comma: “Qualora, però, dalla convenzione o dagli usi risulti che il campione deve servire unicamente a indicare in modo approssimativo la qualità, si può domandare la risoluzione soltanto se la difformità dal campione sia notevole” [1455[2]].

[3] Per identificare un contratto di vendita “su campione”, ai sensi dell’art. 1522 cod. civ., è necessaria una volontà delle parti espressa nel senso di assumere il campione come esclusivo paragone per la qualità della merce, o così ricostruibile oltre ogni ragionevole dubbio; in caso contrario, la vendita deve intendersi, ai sensi del secondo comma, “su tipo di campione”, dovendosi ritenere che le parti, come avviene normalmente, abbiano assunto il campione per indicare in modo approssimativo la qualità della merce venduta.(cfr. Cassazione civile sez. II  24 giugno 2013 n. 15792)

[4] Nella vendita su campione il venditore non ha altro obbligo che quello di provare di aver consegnato la merce contrattata, senza che egli possa essere tenuto a provarne la conformità, laddove l’onere di provare che la merce non aveva le caratteristiche richieste e risultanti dal campione, incombe al compratore, a dimostrazione del fondamento dell’eccezione opposta alla pretesa del venditore; inoltre, la prova della relativa difformità deve essere valutata esclusivamente mediante il raffronto con il campione, sicché ove il campione manchi o non sia esibito con le necessarie garanzie d’identificazione, viene meno la possibilità di accertare l’inadempimento del venditore in ordine alla particolare qualità della merce oggetto della convenzione. (cfr. Cassazione civile sez. VI  12 giugno 2012 n. 9582).

 

Risarcimento-danni

Ti sarà capitato sicuramente, nella tua esperienza di imprenditore, di aver subito dei danni a causa di una fornitura consegnata oltre il termine previsto, oppure a causa di una lavorazione fatta da terzi non a regola d’arte.

Capita spesso che, per preservare i rapporti commerciali, l’imprenditore decida di non quantificare la perdita subita (cd. danno emergente) e il mancato guadagno (cd. lucro cessante) a colui che ha causato il danno.

A volte capita che lo stesso imprenditore non sappia quali siano effettivamente i danni che ha subito perché è talmente abituato a considerare “normalità” i ritardi nelle consegne o gli errori nelle lavorazioni.

Anche nell’ipotesi in cui l’imprenditore sia consapevole della perdita subita, riesce con difficoltà a quantificare il guadagno che avrebbe potuto avere nell’ipotesi in cui, ad esempio, la lavorazione fosse stata effettuata a regola d’arte, senza la necessità di ulteriori rilavorazioni: in questo caso quindi è chiaro l’ammontare del danno emergente ma non quella del c.d. lucro cessante.

internt of things evidenza

Internet delle cose: gli oggetti prendono vita

internet of things In base all’ultimo rapporto degli Osservatori del Politecnico di Milano, in Italia nel 2015 vi erano 8 milioni di oggetti connessi, per un valore di 1,15 miliardi di euro: il 38% erano sulle auto, l’8% nelle case[1].

Questo è solo un aspetto della rivoluzione in atto: grazie al cd. Internet of Things (IOT), gli oggetti, mediante la rete internet comunicano, rendono accessibili informazioni e, in generale, acquisiscono un’identità elettronica.

Gli sviluppi di questa tecnologia fanno ormai parte della vita quotidiana: il frigorifero che invia un messaggio se la porta rimane aperta, i sensori che identificano e tracciano gli inquilini all’interno di un’abitazione, la scarpa che misura la nostra agilità e movimento.

La nostra quotidianità è – e sempre più sarà – invasa di oggetti intelligenti.

 

Quali sono invece gli effetti che l’Internet of Thing può avere sulla produzione di beni?

internet-of-things-consulenza-legaleI sensori intelligenti possono intervenire su vari aspetti della tua impresa. Pensa alla gestione della logistica: dotare le merci di un sensore che rileva la loro posizione in tempo reale.

Questa possibilità di quanto semplificherebbe la gestione delle tue merci?

Il tessuto uscito dalla fabbrica che comunica il suo arrivo nel laboratorio di confezioni….

Il container comunica ciò che e contenuto all’interno…

La borsa che comunica di essere originale e non contraffatta…

L’identità in Rete di ciascun bene, ti permette di geo-localizzarlo e di sapere in ogni istante dove si trova.

merce-difettosa-rimediQuante volte ti sarà capitato di acquistare un bene, ad esempio un dispositivo elettronico, e di dover ritornare nel negozio dove lo hai acquistato, perché non funzionava, munito di regolare scontrino?

Il commesso, una volta verificato che effettivamente il dispositivo non funziona, si è occupato della restituzione del medesimo, dandotene uno nuovo e, si spera, perfettamente funzionante.

Se questa è la situazione-tipo che tutti noi, come consumatori, viviamo, la realtà per gli imprenditori è diversa. Gli scambi commerciali B to B, ovvero business to business, rispondono a delle logiche ed a delle leggi diverse.

Che cosa succede quando compri un bene da un tuo fornitore e questo presenta dei vizi?

Prima di tutto è necessario capire che cosa si intende per vizio.

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Come può un’azienda lavorare al giorno d’oggi se è sempre più “imbrigliata” tra i moltissimi adempimenti normativi e le tante restrizioni poste dall’Italia e dall’Unione Europea?” Questa è la domanda che ci pongono sempre più spesso gli imprenditori.

Per tale ragione abbiamo deciso di offrire una consulenza legale specialistica per il settore moda. Vogliamo consentire agli imprenditori del Fashion di pensare soltanto a realizzare il loro prodotto al meglio, occupandoci noi di qualsiasi questione tecnica e giuridica.

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